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La pesca a Chioggia

La pesca è sempre stata a Chioggia una delle attività principali, fin da tempi antichissimi ci sono giunte notizie sull’arte della pesca, tramandata da padre a figlio.
Già il senatore romano Cassiodoro ce ne parla nel VI secolo d.C. mettendo in evidenza come la maggior parte della popolazione si dedichi a questa attività e si cibi quasi esclusivamente di pesce.

I simboli di questa tradizione sono le imbarcazioni: dalle più antiche come le tartane (barche molto robuste e stabili) e le sardellere (utilizzate quasi esclusivamente per la pesca alle sardine) ai bragozzi a vela dell'ottocento.

Il bragozzo, costruito nello squero mediante i sesti (sagome prefissate, che servivano a ricavare le corbe, cioè le ordinate dello scafo), verso la fine dell’ottocento era lungo 12 metri e mezzo, largo 3,15 e alto 1,05 metri aveva boccaporto centrale a proravia, uno a poppavia e un portello a prua.  Il timone raggiungeva la lunghezza di quasi 4 metri. Non mancava a prua del bragozzo il fogòn, ossia il braciere costituito di solito da una semplice cassa rettangolare foderata di lamiera di zinco, che serviva per la cottura del cibo. Lo scafo di un bragozzo risultava molto robusto e resistente alle continue sollecitazioni, consentendo l’utilizzo di questa imbarcazione anche nelle più difficili situazioni.

Le zone di pesca battute dai chioggiotti erano:il litorale istriano e le coste romagnole.
Furono formate per la pesca all’estero delle compagnie di 18/20 bragozzi,con a capo un pescatore audace e particolarmente esperto.
Prima di partire insegnava una specie di codice cifrato a tutti gli altri pescatori:ciò consisteva nel battere con un bastone di legno, a seconda del suono prodotto si doveva capire se “calare le reti,veleggiare e entrare in un porto ecc”.

Nell’imbarcazione del capo pesca vi erano generalmente due lanterne sempre accese di notte: l’una segnalava che quella era la barca del “capo” e che quindi era il punto di riferimento per qualsiasi problema. L’altra,situata a metà imbarcazione,era sempre accesa e se veniva spenta significava che ognuno doveva salvarsi con il proprio bragozzo,poiché il capo pesca non era in grado di salvare nessuno. I naufragi e conseguentemente le morti in mare sono stati degli elementi continuamente presenti nel lavoro della pesca.

Le partenze da Chioggia per il “Quarnero” avvenivano i primi di novembre,il ritorno il venerdì Santo Era questa una data quasi obbligato;la religiosità dei pescatori,spesso frammista a superstizione, non permetteva di vivere fuori casa, i giorni della morte e della resurrezione. All’origine vi è però un motivo più pratico: nei mesi di marzo e aprile,quindi quando cade la Pasqua, non era necessario pescare lontano perché anche le zone vicino a Chioggia erano ricche di pesce e anche perché con il periodo più caldo era più difficile conservare il pescato.

La pesca all’estero comportava dei problemi per il trasporto del pesce che questo doveva essere venduto solamente a Chioggia o a Venezia.
Il trasporto del pesce veniva tramite le portolate, ogni 5/7 bragozzi vi era una di queste barche,che partiva appositamente da Chioggia. Quando vi era però la necessità di sbarcare in tempi brevi il pescato a causa di maltempo o di calma assoluta di vento il lavoro delle portolate veniva svolto direttamente dai bragozzi.

Il trasporto del pesce ha sempre rappresentato un problema:spesso,causa la mancanza di vento,il pescato doveva essere gettato in mare poiché non si potevano aspettare più giorni,non essendoci alcun modo per conservarlo.

Solo con l’introduzione del motore permetterà celermente il trasporto, e quindi la possibilità di commerciare del pesce fresco.

 

Una parte del testo è stata tratta dalla pubblicazione
CHIOGGIA ITINERARI STORICO-ARTISTICI
di Gianni Scarpa e Sergio Ravagnan